“Fault”, il nuovo singolo dei New Adventures in Lo-Fi

E’ uscito “Fault”, nuovissimo singolo della band torinese New Adventures in Lo-Fi. Il singolo anticipa “Indigo”, nuovissimo album in uscita il 19 Ottobre 2018 per Floppy Dischi, Dreamingorilla Records, E’ un brutto posto dove vivere e Dotto.

Presentatevi e raccontateci la vostra storia fino a qui, soprattutto per chi non vi conosce, e spiegateci come siete arrivati a questo nuovo disco.
I New Adventures in Lo-Fi nascono nella primavera del lontano 2011, in formato progetto solista supportato da amici musicisti curiosi e ben disposti. Il primo EP “Sleeveless Days of June” è una manciata di timide canzoni scritte voce e chitarra che hanno subito bisogno di una band per essere suonate a un battesimo live di fine estate insieme al canadese Woodpigeon.
Dopo arrivano altri amici e un altro EP autoprodotto, molto più incazzato, con meno chitarre acustiche e più chitarre elettriche (“Take Took Taken, 2013). A un certo punto i New Adventures in Lo-Fi diventano un trio fisso e le break-up songs scritte con lacrimuccia facile bastano per un disco lungo: “So Far” arriva nel 2015, si esce da Torino e si va a registrare a Rimini dai ragazzi di Stop Records che l’album lo producono pure, bontà loro. Prima si fa anche in tempo a intrufolarsi nel furgone dei Delta Sleep e ad accompagnarli nel loro tour italiano, dopo l’uscita del disco si suona invece insieme agli Hop Along e a tanti altri emokids italiani e stranieri. Nel piovoso autunno 2016 si registra uno split album dal clamoroso nome “Split” insieme ai veronesi Debris Hill e gli si ruba il batterista. Dal 2017 a oggi scriviamo, arrangiamo e suoniamo le canzoni del nuovo “Indigo”. Una volta al mese per un weekend di fuoco e calli, perché io e Michele aspettiamo che Ettore salga su un treno con le bacchette in tasca.
Potete anticiparci qualcosa sul nuovo disco? C’è un filo comune che lega tutti i brani? E soprattutto, quali sensazioni volete trasmettere?
“Indigo” l’abbiamo registrato a Pasqua di quest’anno. Se n’è occupato mister Michele Zamboni, anche lui ex-Debris Hill e molto bravo a spomellare e cacciare fuori belle idee. L’abbiamo registrato un po’ a Torino nello studio del nostro collettivo/label Dotto e un po’ a Verona, poi Michele ha assemblato il tutto comodamente a casa sua. Siamo tutti davvero molto soddisfatti del risultato!
Sono nove canzoni per cui sarebbe una forzatura trovare un filo comune che le lega tutte. Diciamo che ogni canzone è stata pensata, scritta e ipoteticamente dedicata a una persona, non sempre la stessa ovviamente: c’è qualche ragazza del passato, qualcuna del presente, qualcuna molto lontana, Fletcher Christian, una vicina di casa, Ted Kaczynski. Cartoline del passato (e anche futuro) che sono semplici ritratti personali, soggettivi, emotivi. Da anni siamo una band facilmente ascrivibile al grande girone emo, forse più per la scrittura e l’attitudine da teneroni col cuore traboccante che per le sfumature musicali legate al genere. Quelle ci sono sempre, ma con “Indigo” ci sembra di esserci spinti un po’ più in là, in una direzione che non sapremmo neanche ben definire, ma che non è assolutamente forzata. “Indigo” non è un disco immediato, ma penso che sia un disco molto colorato. L’indaco è un colore con innumerevoli varianti e sfumature, tra blu, azzurro e viola, abbastanza rappresentative se si pensa a questa canzoni. Ci piaceva l’idea di chiamare il disco con il nome di un colore, e indigo, come parola, suona anche molto bene.
Venite da una città, Torino, da cui provengono tantissimi artisti della scena italiana che han fatto la storia della musica in Italia. Cosa ne pensate della scena underground attuale?
Torino ha una grande storia di punk/hardcore di qualche decennio fa. Poi, dai 90 a oggi, sono arrivate nuove leve radio-friendly di grande successo e tanti cantautori che per anni hanno proliferato facendosi le ossa nei tanti localini del centro. Per chi, come noi, ha voglia di suonare in elettrico e forte, è sempre stato un po’ più faticoso trovare spazi e possibilità. Ce ne sono, per carità, così come c’è un pubblico curioso legato all’underground, ma l’offerta musicale resta comunque frammentata in tante piccole realtà di microgeneri per cui, complice anche la mentalità sabauda non particolarmente aperta, è molto difficile pensare a una vera e propria scena underground o realmente indipendente che sia trasversale e che miri a un supporto reciproco. Insomma, senza essere troppo disfattisti, la tendenza degli ultimi anni è quella del “chi fa da sè fa per tre” e spesso non paga. Tre anni fa abbiamo messo in piedi, insieme ad altre band amiche, il collettivo Dotto, proprio per cercare di fare rete e di uscire da questa tendenza. Ogni tanto ci si riesce, altre volte vince la pigrizia. Ma ci si prova.
Quali sono gli artisti che più vi hanno ispirato per questo progetto e quali vi hanno accompagnato nella vostra crescita musicale?
Enrico: La domanda del secolo! Ascoltiamo tutti, a fasi alterne, moltissima musica che, consapevolmente o meno, influenza il progetto. Io e Michele siamo cresciuti sguazzando nell’indie-rock americano tra 80 e 90, amiamo i REM e tutte quelle band raccontate da Michael Azerrad in “Our band could be your life”. Poi tanto emocore (compreso quello attuale più matematico), un sacco di Red House Painters e tristezza a palate annessa di tutto il giro slowcore, tanti altri cantautori e soprattutto cantautrici di ieri e oggi. Io al momento sto ascoltando moltissimo, non so neanche bene perché, i Chameleons, storica band inglese post-qualcosa, e aspetto con ansia il nuovo disco di Rivulets, progetto che ho scoperto da poco.
Michele: Personalmente tendo a cristallizzare ascolti e influenze specifiche nel momento in cui registro in maniera inconscia. In questo disco ci ho messo tutto quello che ho potuto carpire da Dave Jackson, bassista dei Delta Sleep, e dal suo modo di approcciarsi allo strumento, molto melodico e con una grande libertà tecnica (arpeggi, bicordi, ecc). Con lui condivido una grande passione per gli Iron Maiden e ovviamente per Steve Harris. A livello di ascolti, in “Indigo” sento tanti National e un po’ di Portishead.
Ettore: Le band che ho ascoltato moltissimo nel periodo di composizione del disco e che, in parte, hanno influenzato le parti di batteria dei vari pezzi sono Warpaint, National, War on Drugs, Death Cab for Cutie, Bitpart, Kaki King e Toe. Poi dipende sempre dalle canzoni: in alcuni casi è la batteria che si adatta al resto, in altri ho cercato di cambiare le coordinate del pezzo, senza stravolgere lo scheletro iniziale. A volte basta passare dal solito 4/4 a un tempo dispari e cambia tutto.
Prossime date?
Partiamo da una e vediamo quel che succede dopo. Il 27 ottobre presentiamo “Indigo” in casa, all’Astoria, in compagnia degli amici DAGS! Poi sì, siamo aperti a qualsiasi gitarella fuori porta.
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